La voce del presidente: tutto il mondo ha pregiudizi?

Qualche tempo fa, nell’aeroporto di Londra Heathrow, nell’attesa di imbarcarmi su un volo per Roma in pauroso ritardo per maltempo, ho approfittato delle riviste a disposizione dei passeggeri per passare un po’ il tempo.
Tra queste, la curiosità mi ha portato a leggere un reportage di Nina Burleigh sul prestigioso settimanale americano Newsweek, dedicato al “caso Meredith”; la lettura, da curiosa, è diventata analisi riflessiva, e improvvisa in mente mi è venuta chiara l’immagine dipinta: italiani, popolo di trogloditi! Eh, sì, proprio l’idea di un popolo di trogloditi è quello che ti viene in mente leggendo l’articolo, ed è cosi che ti sembrano gli italiani: poliziotti usciti da un film di Lino Banfi, una giustizia tribale, una stampa tipo il Papersera di Paperopoli. “Ho passato dieci mesi a Perugia”, ricorda l’autrice e allora ti stupisci come in tanto tempo sia riuscita a preservare una tale quantità di pregiudizi e luoghi comuni, alla faccia del mito del giornalismo americano modello di obiettività! E continui a domandarti, stizzito, se sia meglio la giustizia americana che ha rinchiuso nelle carceri la più alta percentuale di individui della storia, più dell’Impero Romano, e che non può rimediare ai propri errori perché nel frattempo l’innocente è stato fritto sulla sedia elettrica, con quei giudici eletti e quelle giurie tanto influenzabili che ci fanno anche film e serie di telefilm; quando mai hanno fatto dei film sulle nostre giurie?
Al massimo ci scappa “un giorno in pretura”, con cui rischi, gran parte delle volte, di addormentarti sul divano o di essere rimandati alla puntata successiva, che tanto non vedrai mai. Ma non è questa la reazione giusta, altrimenti si cade nello stesso errore, mentre il punto è un altro: l’articolo di Newsweek rivela soprattutto la tendenza, forse insopprimibile, a generalizzare. A giudicare, cioè, in base a popoli e culture (se non, pensiero insidioso e vergognoso, anche per razze). Ci cadiamo tutti: era successo con la Concordia, quando noi italiani siamo stati ridotti a un popolo di capitani con i capelli impomatati, tutti pronti a mettere a rischio una nave per una bravata. Poveri italiani, verrebbe da dire, vittime di pregiudizi. Ma ecco, improvviso, apparire sui nostri giornali titoli a caratteri cubitali che sfottono i tedeschi per il pilota impazzito dell’Airbus: “Schettinen”. Uno pari, proprio come una partita di calcio. Come dire: noi le minchiate almeno le facciamo per fare colpo sulle bionde, i tedeschi sono tristi anche sulle pazzie, per non dire di quei baffetti da Hitler che siamo sempre pronti a tirare fuori per metter a tacere senza appello i cugini tedeschi. Che poi anche a loro ogni tanto gli scappa la copertina del giornale con la lupara e gli spaghetti, e allora giù a richiedere smentite, correzioni, scuse e altro. Arabi, africani, cinesi, rumeni, non sfugge nessuno, e la stampa è solo lo specchio di un modo di ragionare di un senso di appartenenza che sa esprimersi solo in negativo, dell’incapacità di capire in profondità, di afferrare le complessità delle cose e delle situazioni. Ma soprattutto, forse, è un bisogno di dividere tutto in categorie, persino gli esseri umani: distinguere se stessi dagli altri per ribadire un’identità, un istinto che può avere radici opposte: l’arroganza o l’insicurezza. Distinguiamo gli americani dagli europei, gli italiani dai tedeschi, e così via la Lombardia dalla Sicilia, i padovani dai veronesi, Pisa da Livorno, i Parioli da Tor Bella Monaca, l’inquilino del piano di sopra da quello del piano di sotto: un gorgo senza fine, che dilaga fino a colpire fedi e partiti, una febbre che in ultimo arriva persino a dividere le famiglie. Finché restiamo di fronte a noi stessi, diversi, è vero, da tutti gli altri. Non, però, per rivendicare una preziosa unicità, ma una smarrita e astiosa solitudine. Di cui potremmo tutti fare a meno, vivendo sicuramente meglio, se solo venisse un buon esempio dall’alto, per educarci verso una “biodiversa uguaglianza” anziché a metterci l’uno contro l’altro (e poi, per quali nobili motivi: un mero, populista e strumentale interesse di pochi…). Educazione, tra l’altro, che dovrebbe essere tra i principi e valori fondanti di uno Stato. Chissà, forse è questo quello che ci meritiamo davvero?


Stefano Spinetti
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