Sentiero della fede I pellegrini del Pollino

E’ senz’altro una della manifestazioni sacrali più coinvolgenti, quella che celebra la Madonna del Pollino, nei pressi di San Severino Lucano, a 1537 metri di altitudine. Meta di migliaia di pellegrini, la festa attira ogni anno tanti, tantissimi devoti provenienti dai due versanti, quello calabro e quello lucano.

Da Frascineto ed Ejanina, due graziosi borghi di origine arbëreshë1, situati nel territorio del Parco Nazionale del Pollino e devoti da sempre alla Madonna del Pollino, partono alcuni dei numerosi, ripidi, sentieri che si snodano, serpeggiando tra i boschi e le rocce delle ‘piccole Dolomiti’, alle spalle dei due piccoli centri, ed utilizzati in passato sia durante il periodo della transumanza – fino alle prime nevi autunnali – sia dai pellegrini stessi che, durante l’estate partivano alla volta del santuario, che raggiungevano dopo un giorno e mezzo di cammino.Per quei giorni, il trasporto dei viveri e degli indumenti avveniva mediante il mezzo più economico e meno inquinante, ovvero l’asino. Chi non ne possedeva uno, in occasione della festa, se lo faceva prestare. Dopo circa otto ore di cammino, la prima tappa: il punto prestabilito, da sempre, era Casino Toscano, nei pressi di Terranova del Pollino, in provincia di Potenza. Costruito intorno al 1912, e situato a 1750 metri, alle pendici orientali di Serra della Ciavole e Serra di Crispo, era, in origine, il ricovero dei fattori della nobile famiglia dei Toscano di Cassano allo Ionio. Ben presto, però, una parte della struttura cominciò ad essere utilizzata dai ricchi proprietari come luogo di villeggiatura e di caccia, mentre la restante parte fu messa a disposizione di tutti i viandanti, escursionisti, studiosi, e soprattutto pellegrini, che si trovavano a passare da lì. Dopo aver pernottato in questa località, il giorno dopo si ripartiva di buon’ora per raggiungere, dopo circa quattro ore di cammino, il santuario. L’atmosfera, una volta giunti nei pressi della chiesa, era sempre molto festosa: tante le danze ed i canti intonati in onore della Madonna, accompagnati dalle fisarmoniche, zampogne, tamburelli e diversi altri strumenti tradizionali. Spesso capitava che durante il lungo cammino, ci si incrociava con pellegrini provenienti da altre zone, e talvolta gli incontri erano interessanti: si chiacchierava, ci si conosceva, e qualchevolta capitava che qualche incontro sfociasse, poi, in matrimonio!Anche noi, pellegrini del 2000, quest’anno abbiamo deciso di far visita alla Madonna del Pollino. Partiamo da Ejanina, giovedì mattina alle 4. E’ ancora buio, ma ci farà compagnia il chiarore della luna. Quest’anno siamo in sei: io, Domenico, Carmine, Carmelo, Pino e Ferruccio. Con gli zaini in spalla, c’incamminiamo per il solito sentiero, tutto in salita per i primi quattro km e quasi totalmente privo di vegetazione. Scorgiamo i primi bagliori rossi del sole, nei pressi di Colle della Scala, a 1300 metri; uno sguardo all’indietro per vedere il tratto di strada in salita percorso, cinque minuti di sosta e ripartiamo. Da questo momento, il nostro percorso sarà tutto all’ombra dell’immenso bosco di faggi, detto la Fagosa, il polmone verde del Parco Nazionale del Pollino, nel territorio del comune di Frascineto, che ci accompagnerà con la sua frescura fino alla meta. Proseguiamo, e dopo poco tempo raggiungiamo la località Piano di Ratto Piccolo, e successivamente Piano di Ratto Grande, a 1420 metri di altitudine. Non so dirvi, perché ancora oggi è un mistero, se il nome di queste località sia dovuto al roditore, oppure al ratto in senso di luogo frequentato in passato da briganti e legato alle razzie dell’epoca. Dal Piano di Ratto Grande, ci spostiamo poi al margine del bosco; sul lato destro c’è l’omonima sorgente e dopo tanto cammino, ne approfittiamo per bere un po’ d’acqua pura. Non riempiamo le borracce perché – cosa interessante per chi vuole percorrere questi sentieri del parco – c’è acqua in abbondanza ovunque! Proseguiamo il nostro percorso, ora tutto in pianura, accompagnati solo dal silenzio e dalla straordinaria quiete tipica di questi luoghi, interrotta, di tanto in tanto, dall’inconfondibile martellio del picchio e dal richiamo caratteristico della ghiandaia. Siamo immersi nell’habitat naturale del lupo, del cinghiale, della lepre, della scoiattolo meridionale e del gatto selvatico, mentre in cielo vola, maestosa, l’aquila reale. Camminiamo ancora, allietati dai canti di Carmelo, in onore della Madonna:

Simu vinuti d’a’ lunga vija
pi’ bbini’ a truva’ Maria, 
e Maria l’amu truvata 
tutta bbella ‘ncurunata. 
N’curunata di gigli e di ros 
nda ‘ssa cappella Maria riposi 
l’ha ‘ncurunata lu coru‘ i Gesu’, 
Madonna ‘i Pullinu aiutaci tu.

Raggiungiamo la località Sorgente del Principe, a 1380 metri, nei pressi della quale acqua gelida zampilla in abbondanza, direttamente dalla sorgente, ricostruita di recente grazie ad un intervento dell’Ente Parco. Gli zampilli hanno una pressione tale, che per riempire le borracce ci siamo bagnati pantaloni e scarpe! Una breve sosta per assaggiare i miei fichi secchi ripieni con mandorle e noci – e reintegrare in questo modo un po’ di calorie – e riprendiamo il sentiero ombroso, per raggiungere dopo circa un’ora, la località di Tavola del Brigante, a 1450 metri, con il caratteristico masso squadrato a forma di letto – utilizzato, secondo le leggende popolari, dai capi briganti della zona, che in questi luoghi trovavano rifugio, per mangiare e dormire – diventato uno dei punti di riferimento più significativi per le Guide del parco. Proseguiamo il nostro cammino senza grosse difficoltà o significativi sbalzi di altitudine. Carmine, da buon osservatore e buona Guida, ci fa notare, oltre gli escrementi del lupo, anche le tracce nel terreno lasciate dai cinghiali la sera precedente, arricchendo la conversazione con interessanti ‘lezioni’ sulla vita e le abitudini degli animali più rappresentativi del parco, il cinghiale, appunto, ed il lupo. Arriviamo quindi alle Sorgenti del Vascello, a 1500 metri, dove approfittiamo dell’ottima acqua per rinfrescarci nuovamente, senza dimenticare di lanciare uno sguardo alle nostre spalle, per ammirare la lunga sagoma della Cresta dell’Infinito, e l’inconfondibile vetta del Monte Manfriana, sormontata dai caratteristici blocchi scolpiti intorno al V secolo a.C. All’improvviso sentiamo delle grida festose: sono Pino e Ferruccio con in mano tre bellissimi esemplari di ottimi porcini, belli e grossi. Soddisfatti per la scoperta appena fatta, continuiamo il nostro cammino; il sentiero da questo momento sarà un po’ più duro e ci farà sudare, perché abbiamo due tratti di circa trenta minuti di ripida salita, che ci costringono a proseguire in fila indiana. Dopo il primo tratto, arriviamo a Piano del Fosso, a 1650 metri di altezza; appena usciti dal bosco scorgiamo una coppia di lepri che giocano e saltellano come se ci volessero salutare. Ma scappano quasi subito, inoltrandosi velocemente nel vicino bosco. Peccato, neanche il tempo di fotografarli! Ma ormai è mezzogiorno, e quei pochi fichi secchi non bastano a farci stare in piedi. Decidiamo allora di fermarci all’ombra di un maestoso faggio e di svuotare un po’ i nostri zaini, tirando fuori quello che abbiamo portato da casa: pane, soppressata, pecorino e del buon vino. Sostiamo per circa un’ora e dopo aver pranzato, ci cambiamo gli indumenti sudati e riprendiamo il cammino. Altri trenta minuti di ripida salita ed ecco che scorgiamo, davanti a noi, lo splendido Piano di Acqua Fredda, un imponente anfiteatro di origine glaciale, che si estende ad un’altezza di 1800 metri. Sulla sinistra del pianoro ammiriamo una piccola radura, detta degli alberi serpente, per la conformazione naturale di alcuni faggi incredibilmente contorti. Spostandoci verso il centro, ci rinfreschiamo un po’ alla sorgente Acqua Fredda, nascosta da un sasso per la presenza di numerose mucche. La sorgente è situata ai piedi della ‘Serra delle Ciavole’, circondata da numerosi Pini Loricati dalla forma più strana. Monumenti naturali dal fascino immenso, non si può non fotografarli ed accarezzarli! E poi tantissime piante di genziana in piena fioritura, ginepri ed orchidee di tutti i colori, mentre sul terreno si scorgono, nette, le tracce lasciate dalle lepri. Il nostro cammino prosegue, tra alberi di faggi dalle dimensioni spettacolari. Sono gli alberi più possenti di tutto il nostro itinerario, ma notiamo che diversi di questi sono stati colpiti da fulmini: uno sembra addirittura sdraiato per terra, ed è enorme! Poco più avanti, sulla nostra sinistra, un altro maestoso faggio, che ha imprigionato tra le sue radici un masso enorme: quest’albero in particolare è un punto di riferimento per chi intende scalare la vetta del Dolcedorme, che arriva fino a 2267 metri ed è la più alta del massiccio del Pollino e della Calabria. Siamo nel cuore del parco, al confine naturale tra la Calabria e la Basilicata. Qui avvistiamo un bel gruppo di cavalli allo stato brado ed una mandria di mucche che ci dà il benvenuto a suon di campanacci, mentre i cani abbaiano, segnalando al pastore la nostra presenza. Ad un tratto sentiamo delle voci in lontananza: è il nostro amico, il pastore Giacchino, che ci chiama da una collinetta lì vicino; è con un suo amico, stanno mangiando. Ci avviciniamo, accompagnati dai cani guardiani del gregge che scodinzolano allegramente, e dopo un saluto affettuoso e fraterno, ci offre un bicchiere di vino, del pecorino e della soppressata fatta in casa. Giacchino è l’unico pastore che pascola il suo gregge a quota 2000 metri, e dopo avergli scattato una foto ricordo, ci salutiamo con la promessa di rivederci al ritorno presso il suo ovile. Ci tocca camminare per un’altra ora, ma ci siamo! Ecco davanti a noi la Grande Porta del Pollino: è qui che faremo il nostro bivacco, a 2000 metri, dormendo sotto le stelle, protetti da uno dei tanti, maestosi, Pini loricati. E’ difficile descrivere lo splendido scenario che, in questi luoghi, ci regala la natura: sembra davvero il ‘giardino degli dei’, come qualche nostro collega Guida lo ha giustamente definito. Vi invitiamo, per il prossimo anno, a seguirci! Ma inizia a fare buio e decidiamo ancora una volta di svuotare i nostri zaini; ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere… chissà che cosa si mangia ora! Il menù è questa volta diverso: pane fatto in casa, imbottito di patate, melanzane e peperoncini piccanti, e poi frittata, cipolle, salsicce, fagioli, pomodori freschi, caciocavallo e vino in quantità. Dopo cena, il nostro amico Carmelo ricomincia a canticchiare alcuni versi in onore della Madonna del Pollino, e poco dopo ci addormentiamo. Il giorno dopo, venerdì, alle 5 siamo già svegli, pronti a riprendere il cammino. Prima però scattiamo qualche foto: è spettacolare vedere nascere il sole dal mar Jonio, ed ammirare sotto di noi la valle del Raganello ed il Casino Toscano, la Masseria Rovitti, la Timpa Falconara e laggiù in fondo, tra le gole ed il canyon che in esse si snoda, il paesino di S. Lorenzo Bellizzi. Ma il tempo stringe e dopo esserci rinfrescati con le acque ghiacciate della Sorgente di Pittacurc, ripartiamo in gran forma. Siamo ormai in prossimità del Santuario, e dopo due ore circa, attraverso un bel tratto in discesa, raggiungiamo la località di Piano di Jannace, a 1700 metri, zona rinomata e molto conosciuta soprattutto dai cercatori di funghi. Oltrepassiamo l’intero piano e nella parte opposta di questo, al di sopra di una collinetta, imbocchiamo di nuovo il bellissimo sentiero da poco ripristinato – e marcato con bandierine rosse e bianche – che ci accompagnerà fino al santuario. Manca ancora una mezz’oretta per raggiungere la nostra meta, ma già si sente il suono delle campane a festa, che richiamano i fedeli per la Santa Messa. Dopo aver oltrepassato un bellissimo bosco, fitto di faggi ed abeti bianchi, sbuchiamo all’improvviso alle spalle del rifugio montano, notando subito, davanti a noi, tende e baracche costruite un po’ ovunque: c’è chi dorme dentro la macchina, chi sotto il rimorchio del trattore, chi in baracche improvvisate. Tutti si sacrificano in questi pochi giorni, per la fede e la profonda devozione verso la Madonna del Pollino. Ci dirigiamo direttamente in chiesa per salutare l’immagine sacra della Vergine della montagna, verso la quale mi viene da esclamare «evviva la Madonna del Pollino!» e tutti, dopo di me, «evviva!». Poi un momento di meditazione e di riflessione, pregando accompagnati dalla zampogna che suona musiche di un popolo dalle antiche radici e dalle suggestive tradizioni. Un po’ di storia Il Santuario della Madonna del Pollino sorge a 1537 metri di altezza, sulle pendici settentrionali del massiccio calabrolucano. Si erge sul ciglio di uno sperone roccioso da cui lo sguardo contempla tutte le straordinarie bellezze delle Valli del Frido, del Sinni e del Mercure. Sull’origine del nostro santuario non si trova nessun documento nell’archivio parrocchiale di S. Severino Lucano, né altrove; l’unica testimonianza scritta è quella del sacerdote Prospero Cirigliano, che nel 1929, ha raccolto, dai racconti popolari, gli elementi più significativi. Secondo la tradizione, la storia della devozione verso la Madonna del Pollino ha origine tra il 1725 e il 1730, con l’apparizione della Vergine ad un pastore che pascolava il suo gregge su quelle cime, e con il successivo ritrovamento della statua – quella attualmente venerata – in una grotta naturale da parte di due donne di S. Severino, accorse sul posto spinte da un forte sentimento religioso e dalla necessità di implorare la grazia per la guarigione di un loro congiunto, gravemente ammalato. Il miracolo avvenne ed il giovane fece voto di far costruire sul luogo dell’apparizione una cappella. La grotta, formata da grossi blocchi di roccia, ancora oggi è al centro della pietà popolare, mentre il complesso del santuario, comprende la chiesa, alcuni locali annessi per il servizio, la dimora del clero e del personale addetto alla custodia del santuario, e la casa del pellegrino, luogo destinato all’accoglienza dei fedeli e di tutti coloro i quali vogliono vivere alcuni giorni di profonda spiritualità. La chiesa, ampliata nel 1870, è in stile romanico ed a tre navate, con una bella e artistica volta in legno, adornata da un pregevole rosone. La statua della Vergine, che porta sul braccio sinistro il Bambino Gesù che sostiene, a sua volta, il mondo, è lignea ed in stile bizantino. Divenuto, nel corso dei secoli, punto di riferimento religioso fondamentale, per il culto mariano di queste zone, il Santuario della Madonna del Pollino attira ogni anno, durante i mesi estivi, migliaia di fedeli provenienti sia dalla Calabria che dalla Basilicata. E’ in questo periodo che tutta la zona circostante si trasforma in una sorta di villaggio, con tende, baracche e capanne che a sera si illuminano con i numerosi fuochi, accesi per arrostire e per riscaldarsi nelle ore più fredde della notte. I pellegrini arrivano quasi sempre in comitiva, portando con sé i loro strumenti pastorali, per cadenzare, con la musica, il ritmo del cammino e compiere, negli splendidi pianori che si estendono lungo il tragitto, il tradizionale rito della tarantella, che suggella la sacralità della gioia di essere ‘pellegrini’ della Madonna. Tutti sentono il bisogno di fare festa impegnandosi in balli tipici con i tradizionali castelletti di cera, da loro stessi realizzati, e portati in equilibrio sul capo, durante tutta la processione. Sono tre i momenti in cui si svolgono i festeggiamenti in onore della Madonna del Pollino: la prima domenica di giugno, il venerato simulacro della Vergine viene accompagnato processionalmente dalla Chiesa Madre di S. Severino Lucano al santuario, dove permane fino alla seconda domenica di settembre, quando, sempre in processione, fa ritorno alla chiesa parrocchiale. La festa sul Monte, invece, viene celebrata il venerdì ed il sabato che precedono la prima domenica di luglio, quando migliaiadi pellegrini, per tre giorni, pregano, cantano, ballano, si confessano e fraternizzano sotto lo sguardo benigno e materno della Madonna del Pollino.

Domenico Gioia
Coordinatore Aigae Calabria
calabria@aigae.org

e

Roberto Fittipaldi
Giornalista Parco N. del Pollino
r.fittipaldi@emersoncommunicazion.it

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[1] Gli arbëreshë, ossia gli albanesi d’Italia, noti anche come greco-albanesi o italo-albanesi, sono una minoranza etnica e linguistica che vive in Italia. Provenienti da Albania e Grecia, si stanziarono nell’Italia meridionale tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg e alla conquista progressiva dell’Albania e di tutto l’Impero Bizantino da parte dei turchi ottomani (N.d.r. – fonte: it.wikipedia.org).

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